17 febbraio 2011

Archetipi: Il Bello

di Enrico Bardellini

Il poeta romantico Keats conclude la sua "Ode on a Grecian Urn" con i famosi versi "Beauty is truth, truth beauty, - that is all / Ye know on earth, and all ye need to know." (Bellezza è verità, la verità bellezza, - questo è tutto ciò che si conosce sulla terra, e tutto ciò che necessita sapere.). [1] Il poeta esprime una concezione della Bellezza che trae dalla sua esperienza estetica ricevuta dalla contemplazione di una manufatto dell'antica grecia, un'antica urna, soggetto della sua poesia. Da questa esperienza concreta trae versi poetici vigorosi in un crescendo continuo, fino ad arrivare alla sua conclusione, un'affermazione assai forte dove identifica la bellezza con la verità, sottolineando il bisogno umano di bellezza, ma anche tutta la pienezza di questa sapienza.
In realtà il concetto di una bellezza che coincide con verità e sapienza che il poeta ha individuato nell'opera d'arte è ricavata dalla tradizione di un pensiero che si radica nella filosofia greca. Keats quando parla di bellezza fa riferimento ad un concetto preciso, non intende la bellezza che piace, la piacevolezza, soggettiva e personale, ma la bellezza assoluta o ideale, oggettiva ed impersonale, concetto astratto formulato dai greci, l'idea del Bello.
Una prima formulazione del concetto di bello può essere fatta risalire ai Pitagorici per cui il bello consiste nella proporzione e nella appropriata disposizione delle parti di una composizione poetica o artistica, è comunque per i pitagorici una bellezza essenzialmente matematica e geometrica e non naturalistica, come si puà osservare nella scultura arcaica greca, nei vari kouroi, i giovani anatomicamente stilizzati in posizione stante ed eretta.
Per Platone, il più importante teorico di questo concetto, il bello è καλὸς καὶ ἀγαθός (kalòs kai agathòs), la kalokagathia, un sostantivo astratto che esprime con un solo termine il concetto condensato nella coppia di aggettivi καλός (kalòs, bello) e αγαθός (agathòs, buono), letteralmente il "bello-e-buono". La kalokagathia rende inscindibile la relazione tra il bello con il buono, vale a dire con il Bene supremo che Platone identifica con la qualità più alta della divinità. Il Bene supremo è anche il Vero, la Verità, l'Essere, l'Uno, Dio. Famoso è l'aforismo attibuito a Platone "Il bello è lo splendore del vero", il concetto vale anche per Aristotele, e continuerà ad influenzare altri filosofi nei secoli a venire, Plotino, Dionigi l'Areopagita, anche San Tommaso D’Aquino afferma “Pulchritudo est splendor veritatis” (La bellezza è lo splendore della verità).
E' indubbio tuttavia che oggi il concetto di bello sia molto cambiato da quando fu formulato concettualmente dai filosofi dell'antica grecia; risulta necessario studiare il senso originario della parola, a prescindere dal valore attribuito dai filosofi, in modo da rendersi conto del reale significato del termine e in modo di sapere se il concetto da loro attribuito alla parola abbia una giustificazione più ampia o sia solo frutto della speculazione filosofica.
L'etimologia latina per l'italiano "bello", per l'inglese "beauty, beautiful" e per il francese "beau, beauté" non è collegata al termine proprio del latino "Pulchritudo, pulchrum" ma è individuabile nella forma "bĕllus", "bellum" (carino, grazioso), che deriva a sua volta da forme di latino piu antiche "*due- nŭlus", diminutivo di "duenos" forma antica di "bonus" (buono). La forma europea moderna della parola deriva in sintesi da buono e ed rimasto ad esso collegato in alcuni casi. Bello in senso di gentile, nobile, come nelle espressioni: nutre bei sentimenti; ha una bell’anima; è stato un bel pensiero. Oppure bello in senso di moralmente lodevole, come nelle espressioni: è stato un bel gesto; ha compiuto un bell’atto. Infine bello come sostituto di buono, come nelle espressioni: avere una bella cera; ottenere un bel voto; raggiungere un bel risultato; fare una bella riuscita; è stata una bella idea; farsi un bel nome; giovane di belle speranze (che promette bene); trovare, perdere una bella occasione, ecc...  [2]
Ancora più interessante è l'etimologia dell'aggettivo greco καλός (kalòs, bello). Il termine è accostato al sanscritto "kalya-h", gotico "hails", antico slavo "celu" termini che significano tutti "sano, integro". L'etimologia di kalòs deriva dalle lingue antiche mesopotamiche: dal sumero "kal, kala" (pregevole, caro, meritevole, ma anche principe, eroe); dall'accadico "kalum" (intero, interezza), termine riferito anche all'animale da sacrificare che veniva nutrito, quindi "perfetto, integro, bello". Anche in ebraico "kalil" (completo, perfetto). Saffo descrive κὰλαν (kàlan, bella) la luna del plenilunio (in senso di bella ma anche di perfetta, piena). Il greco kalòs è vicino anche al verbo καλέω (kaléo - chiamo) che è imparentato con il latino "clarus" (famoso) e richiamano ambedue anche il concetto di essere lucente, ardente. [3]
L'aggettivo καλός (kalòs, bello) ha come significato originario "integro e perfetto", il sostantivo derivato in greco é τὸ καλὸν (tò kalòn) è il Bello, ciò che è bello, il Perfetto, la Perfezione, ciò che è perfetto, ciò che è integro, l'Interezza, l'Integrità ma è anche il potere di attrarre e chiamare all'altrove, verso la Verità, verso la pienezza dell'Unità.
Platone definisce il concetto di Bello come αὐτὸ τὸ καλὸν (autò tò kalòn - il Bello in sé) come la forma più alta di conoscenza degna del filosofo, l'amante della Sapienza. Il Bello-in-sè corrisponde alla vera realtà e appartiene alla categoria dell'Essere, è unico ed immutabile e si distingue nettamente dal bello estetico, il bello sensibile, da ciò che appare. Quest'ultimo è percepito dalle persone comuni che sono attratte dalle forme del mondo: "le belle forme e tutto ciò che viene prodotto con questi elementi, ma il loro animo è incapace di vedere e apprezzare la natura del bello in sé". [4] Il filosofo è colui che "al contrario di costoro, crede nell'esistenza del Bello-in-sé ed è in grado di scorgere sia la sua essenza sia le cose che ne sono partecipi, senza confondere queste con l'essenza e l'essenza con queste". [4] Le cose belle per Platone sono solo apparenza, soggette alla variabilità dell'opinione, ma sono anche il riflesso, per chi lo sa cogliere, dell'unica Bellezza e chiama questo collegamento partecipazione. Ed è proprio in virtu di questa relazione per partecipazione che è possibile cogliere il senso del Bello-in-se nelle cose sensibili. Il filosofo è colui che contempla la Bellezza dell'Unità e del Bene supremo in modo intellegibile, o attraverso un'esperienza iniziatica, come Platone riporta ne Fedro: "Ma brillante appariva a noi allora la bellezza, quando con il coro dei beati [...] godevamo di beata visione e contemplazione, intenti a quello che sopra a tutti i misteri si può dire essere il piú beatifico, e lo celebravamo perfetti e liberi di tutti quei mali che ci attendevano nell'avvenire". [5]
Il poietes (l'autore dell'opera d'arte), invece è colui che avendo intravisto questa Bellezza suprema, e quindi deve essere in parte filosofo o iniziato, è in grado di tradurla in bellezza sensibile per mezzo della sua arte (poiesis). Una arte che non sia opinione individuale del bello ma sia conoscenza esatta, esperienza diretta del Bello-in-sè, della vera realta unica, perfetta ed integra, della Verità, immagine ultima del Bene-supremo. Il poietes carente di questa esperienza iniziatica non potrà operare senza il supporto del filosofo o del teologo, i quali sapranno indicare al poietes i giusti canoni corrispondenti al vero, che uniti alla sua sensibilità e alla sua abilità saranno in grado di produre un'opera d'arte adeguata a trasporre in forme sensibili il Bello-in-se.
La necessità di un canone estetico è esigenza sentita ed espressa in tutte le arti dell'antichità specialmente dove i contenuti toccano la sfera religiosa, dove ciò che conta non è il valore dell'opera d'arte in astratto ma la sua esattezza e la funzionalità all'idea suprema del Bene e a Dio. Quando l'opera d'arte raggiunge tali risultati, l'armonia di tutte le sue parti così ricondotte all'unità, immagine del divino, allora si puo affermare ciò che Platone fa dire al sapiente Timeo:
"L'armonia, poi, avendo movimenti affini ai cicli dell'anima che sono in noi, a chi si giovi con intelligenza delle Muse non sembrerà data per un piacere irrazionale, come ora si crede che sia la sua utilità, ma risulterà data come alleata per ridurre all'ordine e all'accordo con se stesso il ciclo dell'anima che in noi si fosse fatto discordante. E così, al medesimo scopo, quale aiuto per correggere quello stato privo di misura e senza garbo che è nella maggior parte di noi, dalle stesse Muse ci è stato dato il ritmo. [...] Ora, rispetto al divino che è in noi sono movimenti affini i pensieri dell'universo e i movimenti di rotazione circolare. Perciò ciascuno, in accordo con questi, operando la correzione di quei cicli che per la nascita risultano essere guastati nel nostro capo, mediante l'apprendimento delle armonie dell'universo e i movimenti di rotazione circolare, bisogna che renda simile, secondo la natura originaria, il pensante e il pensato, e, dopo averli fatti simili, raggiunga il fine della vita più bella che gli dei hanno proposto agli uomini per il tempo presente e per l'avvenire.[6]
[1] J. Keats, Ode on a Grecian Urn.
[2] www.treccani.it
[3] G.Semerano, Le origini della cultura europea - Dizionario della lingua greca, ed.Olschki, 1994
[4] Platone, La Repubblica
[5] Platone, Fedro
[6] Platone, Timeo, a cura di G.Reale, ed.Rusconi, 1994

Sitografia:
Keats Shelley House

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