da Frithjof Schuon, "Principi e criteri dell'arte universale"(in "Caste e razze, seguito da Principi e criteri dell'arte universale"), ed.SE, 1994
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| Raffaello - S.Cecilia |
- "[...] l'arte sacra ignora in larga misura l'intenzione estetica; la bellezza deriva innanzi tutto dalla verità spirituale, dunque dall'esattezza del simbolismo e dall'utilità per il culto e la contemplazione, e solo successivamente dagli imponderabili dell'intuizione personale;"
Vale a dire che in una società tradizionale dove il senso del sacro è materia viva, la ricerca estetica nelle arti, la ricerca di piacevolezza o di soddisfazione dei sensi, o l'intuizione dell'artista anche quando ispirata, sono problematiche secondarie all'esigenza di un'arte che esprima principalmente con esattezza la dottrina teologica, il suo simbolismo, e sia fondamentalmente utile per la pratica religiosa. Come dire che l'opera d'arte ha come priorità quella di farsi portatrice di significati e di trasmetterli allo spettatore con un linguaggio corretto e adeguato allo scopo. In quanto in una civiltà tradizionale, la bellezza è data per acquisita, cioè:
- "In un mondo che ignora la bruttezza sul piano delle produzioni umane - o, in altri termini, l'errore nella forma - la qualità estetica non può essere una preoccupazione iniziale; la bellezza è ovunque, a cominciare dalla natura e dall'uomo stesso."
La bellezza è quindi un dato del tutto naturale, in quanto la società tradizionale non concepisce nemmeno il concetto di bruttezza.
Ciò che nella modernità invece è l'elemento primario per l'arte, vale a dire la creatività personale dell'artista, la sua libertà di scelta estetica e di linguaggio, nella società tradizionale:
- "[...] l'intuizione estetica [...] interviene tuttavia in misura secondaria nella genesi dell'opera sacra, processo in cui la bellezza innanzi tutto non si pone come scopo diretto, e in secondo luogo è garantita dall'integrità del simbolo e dalla qualità tradizionale del lavoro.
Tuttavia lo studioso ci rammenta:
- "Ma questo non deve far perdere di vista che il senso della bellezza, e quindi il bisogno di bellezza, è naturale nell'uomo normale, ed è anzi la condizione stessa del distacco dell'artista tradizionale rispetto alla qualità estetica dell'opera sacra; detto altrimenti, fare di questa qualità la preoccupazione principale sarebbe un pleonasmo."

1 commenti:
La posizione dei tradizionalisti come Schuon o Guenon è affascinante nella misura in cui fa valere un'istanza che la modernità ha quasi totalmente disatteso, ma come spesso accade resta vittima dello stesso pregiudizio condiviso dalla posizione che intende combattere. Il pregiudizio è che la bellezza è romanticamente altra rispetto alla fedeltà tradizionale al canone, tutta risolta nell'ambito della percezione soggettiva. In effetti l'autentica spiritualità del bello è in quel di più della percezione che è il sentimento del valore, qualcosa che forse solo l'eros platonico (penso al Fedro più che al Simposio) è stato in grado di declinare concettualmente. Il sentimento del valore e la capacità di comunicarlo sono qualcosa di oggettivo, ma condivisibile solo a partire da una esperienza corrispondente. Il bello trascende la pura sensibilità in modo diverso dall'astrazione concettuale, anche da quella di tipo metafisico cui Schuon si riferisce. Come la trascendenza della mistica è diversa da quella della teologia.
Negare questo significa cadere in una spiritualità disincarnata e sottilmente gnostica che in effetti è il vero limite di Guenon e compagni.
Valter Binaghi
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