02 ottobre 2010

Il senso di "Antenati" e "Tradizione" negli scritti del sapiente Ptahhotep

da Cristian Jacq "L'insegnamento del saggio egizio Ptahhotep", ed.Mondadori, 1998

Il libro in esame, del famoso egittologo Cristian Jacq, tratta e commenta un testo egizio di massime del saggio Ptahhotep, testo che risulta essere uno dei più antichi dell'umanità, senz'altro il più antico pervenutoci, risale, infatti, ad un periodo precedente al 2880 a.C. all'interno dell'Antico Regno (2640-2040 a.C.), l'età d'oro delle Piramidi. Il testo originale di Ptahhotep é redatto su un papiro trovato da un certo Prisse nel XIX sec. e conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; é formato da massime ed è ricco di insegnamenti e di precetti tali da renderlo largamente usato nelle scuole del paese del tempo. Diversi indizi provano che l'opera di Ptahhotep rimase presente lungo tutto il corso della storia dei faraoni, e sopravvisse anche più a lungo, poiché i monaci copti, i primi cristiani d'Egitto, apprezzarono alcune massime.
Ptahhotep fu primo ministro al servizio di Djedkara Isesi, penultimo re della V dinastia. A lui viene attribuita anche una tomba, la mastaba a lui intitolata vicino alla piramide di Saqqara (Link), ma non è sicuro che sia la stessa persona. Le massime di Ptahhotep oltre sul libro di Jacq si possono leggere anche sul sito Leonardo.it (Link).
Il testo risulta di difficile interpretazione, al di la del senso letterario che è per lo più di ordine etico-morale, è possibile una lettura più profonda che è esclusa a chi non conosce la lingua egizia, per questo l'egittologo ci viene in aiuto con diversi commenti illuminanti. Prima di passare alla lettura del passo che propongo è importante chiarire alcuni concetti, utilizzando le parole di Cristian Jacq.

Le parole di Dio
"L'antico Egitto riteneva che un pensiero non formulato non avesse consistenza reale; questa è la ragione per cui gli Egizi costruirono templi, scolpirono e scrissero, per incarnare le loro percezioni del mistero della vita. Nulla fu lasciato al caso, poiché il veicolo di questa formulazione fu una lingua sacra, i geroglifici, il cui nome egizio è «medou neter», «le parole di Dio». «Medou, «parola» significa anche «bastone»: in altre parole, i geroglifici sono i bastoni che aiutano l'uomo a camminare sulla strada della conoscenza."

Ricercare il senso con il cuore
"Come aveva intuito Champollion, decifratore geniale, tutto è geroglifico in Egitto, che si tratti di un piccolo segno tracciato dalla mano di uno scriba su un papiro o di una gigantesca piramide. Quest'ultima, in effetti, è un segno che possiamo leggere e che è sinonimo di «amore», di «canale» attraverso cui passa l'energia. Ogni tentativo di accostarsi all'Egitto dei faraoni deve dunque passare per un pensiero geroglifico, che consiste nel ricercare il senso di quello che osserviamo e metterci sulle orme dei saggi, con umiltà, rispetto e desiderio di comprendere «con il cuore» l'essenziale del loro messaggio."

La Saggezza
"L'opera di Ptahhotep rientra in un genere letterario che porta il nome di «sebayt», «saggezza», «insegnamento». Il Faraone, uomo di conoscenza, ha il dovere di comporre una «saggezza» per il suo successore, allo scopo di facilitare il suo compito e di evitargli errori; [...] Lo scopo delle «saggezze» è aprire lo spirito del lettore, mantenerlo sulla strada della rettitudine, formare la sua intelligenza e la sua sensibilità, affinché resti in armonia con «Maât», la Regola eterna [...]. La parola [«sebayt», «saggezza»] si scrive con una stella, perché si tratta di illuminare lo spirito del lettore con una luce di origine celeste; [...] le anime dei re defunti risiedevano in cielo sotto forma di stelle, guide supreme e porte della luce dell'aldilà. Le nozioni di porta, di luce e di insegnamento sono associate nella radice «seba», la quale serve a precisare che questo testo è una «saggezza»; leggerla equivale a seguire la strada delle stelle e a volgere lo sguardo verso l'immensità ordinata del cosmo, dove si perpetua una vita eterna nutrita di luce."

La Regola eterna
"«Maàt», la Regola eterna, ordine luminoso e atemporale, anteriore alla specie umana e destinato a sopravviverle, [...] coesione dell'universo, da cui discendono coerenza sociale ed equilibrio individuale, qualora un faraone regni correttamente e gli uomini adottino il sacro come valore primario. Senza rispetto per «Maàt », [...] nessuna civiltà può conoscere la felicità. Trascurare «Maàt, tradirla, ignorarla, significa andare verso il male, la guerra, il disordine e le tenebre."

Le Massime
"Il termine egizio che si traduce di solito con «massime», «tjes», è ricco di significati: la radice significa «legare, annodare, attaccare», ma anche «elevare, sollevare» e, in certi contesti, «comandare, mobilitare delle truppe»; inoltre, il termine è usato per designare la parola magica che lega tra loro, in modo inalterabile, una realtà celeste e una realtà terrestre. Il geroglifico che serve a scrivere il termine è una coda di rondine, che si trova spesso incisa sulle pietre dei templi allo scopo di unirle magicamente tra loro. In «massima» bisogna dunque sentire il concetto di parola che eleva l'anima e ci lega all'idea espressa, allo scopo di poter rendere coerente il nostro pensiero. Il termine «tjes» evocava per un egizio, in una sintesi immediata, tutte le nozioni appena indicate, mentre noi ora siamo costretti a ricorrere al commento per averne coscienza."

La parola compiuta
"Queste massime sono quelle della «parola compiuta». Il termine «medet», «parola», è legato a «medou», «bastone»; possiamo appoggiarci su queste parole come su bastoni, per progredire. In più, questa formulazione è qualificata come «neferet», «bella, perfetta, compiuta», con l'idea che questa perfezione non è bloccata e rigida, ma porta dentro di sé la propria rigenerazione. Essa è un'opera d'arte che ispira chi la contempla; offrendogli la sua bellezza, essa lo nutre e gli ispira un modo di vivere."

Diventare luce
"Insegnare la conoscenza all'ignorante, secondo «la regola della parola perfetta»: questo è lo scopo dell'opera di Ptahhotep. Una sola disposizione d'animo può dare accesso a questo tesoro: saper comprendere. In questo senso, il testo sarà «utile» e «luminoso», due nozioni che si trovano incluse nella stessa parola egizia, «akh». Per gli Egizi, infatti, non esiste utilità senza radiazione luminosa, e non esiste luce che non sia fondamentalmente utile; questa «utilità» passa attraverso l'emissione di un verbo e la sua ricezione da parte di un cuore capace di comprendere, di percepire le vibrazioni luminose. Diventare «akh» significa raggiungere la più elevata condizione spirituale, diventare luce."

Il Testo: gli «Antenati» e la «Tradizione»
Ptahhotep nel capitolo introduttivo definendosi in terza persona come «servitore» espone il concetto di «bastone di vecchiaia», ricollegabile al concetto che abbiamo già visto:
(28) Sia decretato che il servitore qui presente, foggi un bastone di vecchiaia;
Nella nota Jacq ci fa notare che «bastone di vecchiaia» "indica al tempo stesso il figlio spirituale a cui Ptahhotep si rivolge nel verso seguente e il testo dell'insegnamento a cui egli affida il suo pensiero".
(29) possa io dirgli le parole di coloro che ascoltano,
Ptahhotep ritorna alla prima persona e definisce coloro che ascoltano con la parola «sedjemyou» che sta anche per «i giudici», coloro che sono tenuti ad ascoltare per eccellenza.
(30) le direttive di coloro che sono davanti
Il concetto «coloro che sono davanti» traduce un termine che "è tradotto di solito con «gli antenati», ma così si perde l'idea che questi antenati sono davanti a noi, ci precedono, e che il loro pensiero ci apre la strada della conoscenza. Gli antenati sono al tempo stesso anticipatori e guide."
(31) e che un tempo, ascoltarono le potenze divine.
L'autore ritorna al passato, significativa è questa circolarità del tempo, futuro-passato una sola realtà, e il verbo «ascoltare» ha la sfumatura di «obbedire».
(36) La maestà di questo dio ha detto:

"la parola «dio, potenza creatrice» (netjer) designa il Faraone stesso. Non si tratta affatto di idolatria; gli Egizi non hanno mai creduto che un individuo sottoposto al ciclo della crescita e del decadimento, al gioco della vita e della morte, potesse essere un dio. Ma la funzione del Faraone è di origine divina; si pensi alla statua di Khephren, al museo del Cairo, nella quale si vede il re seduto, maestoso, con gli occhi levati verso il cielo; sulla sua nuca, il falco Horus. L'essere dell'aldilà è unito all'involucro umano: questa statua rappresenta il ka del Faraone, la sua potenza creatrice, non la sua individualità peritura. Il Faraone è il canale attraverso cui passa questa divinità; senza di lui, non è possibile nessun legame con il cielo, nessuna armonia sulla terra. Come sottolinea bene Ptahhotep, non è un individuo qualunque a esprimersi, bensì il dio presente nel Faraone."
(37) quanto a te, insegnagli la parola della tradizione.

"La costruzione della frase egizia è particolarmente interessante; in italiano, si insegna qualcosa (complemento oggetto) a qualcuno (complemento indiretto). L'accento è posto sulla materia da insegnare, non sulla persona; in egizio, è il contrario: si insegna qualcuno (complemento oggetto) verso qualcosa (complemento indiretto), usando il verbo «seba» che serve a formare i termini «insegnamento, saggezza». L'accento è dunque posto sulla persona dello studente e del discepolo, molto più che sulla materia insegnata. E la differenza tra una civiltà in cui fa spiritualità è messa in primo piano, e una cultura materialista in cui le cose e i fatti contano più delle persone e della loro formazione."
Per quanto invece riguarda il concetto di «tradizione» Jacq specifica che il significato originale è "l'espressione «kher-hat», «il tempo andato», «il tempo che fu», «il passato», lett. «ciò che è avanti», «ciò che è prima». Ritroviamo qui il doppio senso del termine «hat», che significa anche «inizio, cominciamento». Come si diceva a proposito degli antenati, la tradizione non è dietro di noi, ma davanti a noi; è lei a insegnarci i principi di base della saggezza che è all'origine di un comportamento retto. Chi dimentica il passato chi trascura la tradizione è un ignorante, senza cuore e senza pensiero creatore."
Gli antenati hanno ascoltato la parola diretta delle potenze divine e obbedito, hanno tramandato delle direttive, per questo non appartengono al passato ma sono davanti, nel futuro. Così gli insegnamenti di Ptahhotep che trasmettono queste direttive, sono il futuro di coloro che vivono nel presente, a cui viene richiesto di ascoltare con l'attenzione massima come quella di un giudice. Cogliere l'aspetto creativo della parola originaria della tradizione, pur venendo dal passato si proietta nel futuro davanti a noi, perché essa è vitale, è un processo creativo in atto, il suo scopo è quello di far procedere l'uomo in avanti in senso spirituale, in quanto lo spirituale non può essere che eterno, immutabile, principio e fine dell'intero cosmo.

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