17 luglio 2010

I colori in Dionigi Areopagita

dalla "Gerarchia celeste" di Dionigi Areopagita, ed.Bompiani 2009

Presentazione al Tempio (XV sec.)
Egon Sendler, lo studioso di iconografia cristiana, per definire il significato simbolico dei colori nell'arte delle icone prende come punto di partenza alcuni passi del Capitolo XV della Gerarchia celeste di Dionigi Areopagita.
Al verso 7, Dionigi parlando degli attributi degli angeli:
  1. "Se poi la Sacra Scrittura applica alle sostanze celesti la forma del bronzo, dell'elettro e delle pietre dai molti colori, è perché l'elettro, in quanto avente la forma dell'oro e dell'argento al contempo, designa lo splendore incorruttibile, inconsumabile, indiminuibile, immacolato, come avviene nell'oro, e la chiarezza lucente e brillante celeste, come è nell'argento; quanto al bronzo, secondo le ragioni già date, bisogna attribuirgli la forma del fuoco o dell'oro; invece gli aspetti dai diversi colori delle pietre bisogna credere che significhino, quelle bianche lo splendore della luce, quelle rosse il fuoco, quelle gialle l'oro, quelle verdi la giovinezza e la forza, e per ciascuna specie troverai una spiegazione anagogica delle immagini simboliche."
Al verso 8 parlando del valore simbolico del cavallo cita altri colori:
  1. "La forma dei cavalli richiama l'obbedienza e la sottomissione: se sono bianchi, richiama la splendidezza e la stretta parentela con la luce divina; se sono bigi, il carattere misterioso; se sono rossicci, l'ardore e l'attività; se sono misti di bianco e di nero, la sintesi degli opposti per mezzo di una virtù penetrante e il legame reciproco o provvidenziale dei primi con i secondi e dei secondi con i primi."
Da qui Sendler ricava parte del significato da attribuire ai colori: il bianco appare vicino alla luce stessa; il blu scuro (bigio in Dionigi) è il mistero degli esseri, il carattere misterioso; il rosso è incandescenza e attività, ciò vuol dire che unisce alla potenza del suo irradiamento una forte aggressività; il verde è la giovinezza e la vitalità; il giallo non ha un simbolismo proprio secondo Dionigi, in quanto è troppo vicino alla luce e allo splendore dell'oro. Rimangono esclusi nel testo di Dionigi, importanti colori presenti nell'iconografia: la porpora, il bruno e il nero.
Un particolare risalto Sendler lo riserva all'oro, proprio nel capitolo dove parla dell'influenza degli scritti teologici di Dionigi sull'arte delle icone: "Secondo Dionigi, l'oro fa apparire «uno splendore indistruttibile, prodigo, inesauribile e immacolato». L'oro è il riflesso dello «splendore del sole»; si trova sullo strato delle cose terrestri che sono più vicine alla luce degli strati più materiali dei pigmenti. L'oro non è tanto colore quanto luce e splendore; la sua forza di «trasfigurazione» è diversa da quella dei colori. Se i colori vivono della luce, l'oro è esso stesso luce attiva, irradiamento. Questo carattere diviene evidente, se si guardano le icone che hanno un fondo rosso o, ciò che è più raro, blu. Il fondo d'oro ha un irraggiamento più forte che un fondo di colore. Ciò si traduce pure nell'espressione dei manuali slavi d'iconografia: il fondo è chiamato semplicemente «luce» (svet). Quindi l'oro si trova ovunque si esprima la partecipazione alla vita di Dio, soprattutto sulle aureole, ma anche sulle vesti, i vasi sacri e gli evangeliari. Le vesti di Cristo sono sovente coperte di filigrana d'oro (assist), simbolo della sua divinità. ... Tuttavia l'impiego dell'oro sembra legato alla tecnica della pittura. Le prime icone erano dipinte in maggioranza seguendo la tecnica dell'encaustica ... l'oro vi compariva raramente, forse a causa delle difficoltà tecniche, ma anche perché l'icona non aveva ancora una teologia approfondita e precisa. Dopo l'iconoclastia l'encaustica scompare e la tempera all'uovo diviene la regola. Questa permette una più grande maestria nel disegno e nei colori e il fondo liscio si presta meglio alla doratura. Ma, probabilmente, si manifesta anche qui un influsso della teologia: infatti gli scritti dei difensori delle immagini (Giovanni Damasceno, il patriarca Germano e Teodoro Studita) contengono numerosi elementi delle opere di Dionigi."

Bibliografia:
Dionigi Areopagita, Tutte le opere, a cura di Piero Scazzoso ed Enzo Bellini, ed.Bompiani, 2009
Egon Sendler, L'Icona immagine dell'invisibile, ed.Paoline, 1985
Sitografia:
Fonte del testo in greco: www.documentacatholicaomnia.eu

2 commenti:

roberta ha detto...

E' uno scritto molto interessante, in cui è implicito il ruolo di mediazione (tra terreno e celeste) dell'uomo (l'artista), attraverso il quale pietre e metalli danno alla luce il divino che li abita e di cui non hanno consapevolezza. Senza l'uomo l'oro resterebbe confinato nella terra e il suo splendore rimarrebbe del tutto implicito.
Dionigi Areopagita è un teologo straordinario, a me ha aperto la mente moltissimi anni fa, insieme a Scoto Eriugena. Ma non posso certo dire di conoscerli bene...

roberta

La Capanna in Paradiso ha detto...

Grazie per l'intervento,
Dionigi è un autore complesso e impegnativo, non si può certo esaurire velocemente.
Lo stesso Sendler che in altri passi del suo libro padroneggia bene le idee dell'Areopagita, ammette che la sua influenza sull'estetica bizantina non è ancora stata sistematicamente studiata e definita. Per non parlare poi della sua influenza sui mistici, su Dante, su Cusano, ecc.
Spero di ritornare presto su Dionigi in altri post.
Cordiali saluti
Enrico

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