20 ottobre 2009

La Casa di Sophia (5) - Pierre Hadot

da "Esercizi spirituali e filosofia antica", tr.Anna Maria Marietti, ed.Einaudi, 1988

Esercizi spirituali (2) - Imparare a dialogare
"Probabilmente la pratica degli esercizi spirituali si radica in tradizioni che risalgono a tempi immemorabili" (p.43), Hadot ci rimanda a una antica origine magico-religiosa e sciamanica degli eserci spirituali che i filosofi greci hanno ereditato attrverso il pitagorismo. Tuttavia quello che conosciamo risale ad epoche tarde dove è prevalso l'aspetto mentale e razionale dell'esercizio, forse i resti di una tradizione più antica e completa. In Socrate si trova un esempio della pratica relativa all'imparare a dialogare, il metodo è quello di portare l'interlocutore ad esaminare la sua coscenza e preoccuparsi più dei progressi interiori e di cio che egli è, piuttosto di ciò che possiede, conducendolo a perfezionare le sue virtù e la razionalità. "Il dialogo socratico appare dunque come un'esercizio spirituale praticato in comune che invita all'esercizio spirituale interiore, ossia all'esame di coscenza, all'attenzione a sé, insomma al famoso «Conosci te stesso». [...] Conosci te stesso significa o conoscersi come non sapiente (vale a dire non come σοφὀς [sophos], ma come φιλό-σοφὀς [philo-sophos] che in quanto tale cammina verso la sapienza), o conoscersi nel proprio essere essenziale (ossia separare ciò che non è noi da ciò che è noi stessi), oppure conoscersi nel proprio stato morale autentico (vale a dire esaminare la propria coscenza) (p.44-45)".
In Socrate la filosofia è esercizio di dialogo interiore con se stesso o con altri, è meditazione e non sistema di pensiero. Hadot rileva specialmente l'importanza che assume il dialogo con altri o con sè: "Solo colui che è capace di un vero incontro con altri è capace di un incontro autentico con se stesso, e l'inverso è ugualmente vero. Il dialogo non è davvero dialogo se non in presenza di altri e di sé. Da questo punto di vista, ogni esercizio spirituale è dialogico, nella misura in cui è esercizio di presenza autentico, a se e agli altri (p.46)".
Interesante a proposito ciò che afferma Porfirio sul suo maestro Plotino «era allo stempo presente a se stesso e agli altri», questo ci da idea della dimensione spirituale effettivmente vissuta dai filosofi greci.
Hadot mette sulla stessa linea i dialoghi platonici, individua in essi degli "esercizi-modelli" dove il dialogo non è espressione di dogmi o verità, ma un esercizio concreto e pratico che ha lo scopo di condurre l'interlocutore ad un particolare attegiamento mentale, scoprire le contraddizioni delle proprie convinzioni o ammettere una conclusione imprevista.
"Ciò che conta non è la soluzione di un problema particolare, è il cammino percorso per raggiungerla, cammino dove l'interlocutore, il discepolo, il lettore, formano il loro pensiero, lo rendono più atto a scoprire da solo la verità («il dialogo vuole formare piuttosto che informare»). [...] Esercizio dialettico, il dialogo platonico corrisponde esattamente a un esercizio spirituale, per due motivi. In primo luogo, porta l'interlocutore (e il lettore) alla conversione, discretamente ma realmente. Infatti il dialogo non è possibile che se l'interlocutore vuole veramante dialogare, ossia se vuole realmente trovare la verità, se vuole, con tutta la sua anima, il bene, se accetta di sottomettersi alle esigenze razionali del logos. [...] Lo sforzo dialettico di fatto è una salita comune verso la verità e verso il bene «che ogni anima desidera». D'altra parte, agli occhi di Platone ogni esercizio dialettico, precisamente perché è sottomissione alle esigenze del logos, esercizio del pensiero puro, allontana l'anima dal sensibile e le permette di convertirsi alla ricerca del bene. È un itinerario dello spirito verso il divino. (p.48-49)"

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