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| Natività, XII sec. |
L'arte dell'icona vive nel presente. Nata per non appartenere a nessuna epoca, essa vuole rimanere nei secoli immune ai cambiamenti di gusto e di stile. Nei paesi ortodossi è l'unica rappresentazione ad entrare nelle chiese, accompagna i fedeli da secoli. In Italia dall'inizio dell'era cristiana fino al 1200 ha assolto la stessa funzione. Questa arte non è espressione dell'uomo, ma dell'incarnazione divina stessa.
Tutti gli elementi dell'icona, - colore, forma e proporzione - hanno un significato preciso e formano un linguaggio sacro che ogni pittore deve conoscere, ancor prima di cominciare a dipingere.
Il pittore, o meglio l'iconografo, non è artista creativo, non dipinge, ma “scrive” l'immagine, egli partecipa a qualcosa che non appartiene solamente a lui; presta le sue mani, la sua attenzione al servizio di una tradizione radicata agli albori della rivelazione cristiana. Di questa tradizione non è né il primo né l'ultimo artista: questa presa di coscienza gli viene richiesta come principale atto d'umiltà. Scrive o trascrive forme che gli sono state tramandate, e tuttavia non si limita a copiare. Di questa tradizione fa esperienza diretta e viva nel momento in cui ripercorre, gesto dopo gesto, un percorso come se fosse la prima volta, facendolo proprio.
La sacralità di quest'arte risiede, non tanto nel soggetto rappresentato, quanto nell'attuazione di questo percorso. Si tratta di un percorso lento e graduale, nato nei monasteri dove il monaco dona il suo tempo a Dio, ricco di valenze simboliche, fatto di regole significative e momenti di attesa.
L'iconografo “scrive” sulla tavola ingessata il disegno dell'icona incidendo la superficie con una punta. Stende i colori di fondo in maniera piatta in campiture uniformi. Questi primi colori, simbolo della oscurità della materia e della cecità e ignoranza dell'uomo, sono i colori scuri dell'ombra: rossi color mattone, blu del colore della notte e delle acque profonde. Riveste una particolare importanza il colore di fondo della carne, il “proplasmos”, di una tinta indefinita e priva di qualità, una mescolanza di terre dal colore rosso, giallo-ocra e verde, indicativo dell'essere polvere dell'uomo. È un colore di per sé “brutto”, ma per questo ben predisposto a ricevere la luce.
Terminata questa fase è un procedere verso la luce senza mai indietreggiare. L'iconografo “scrive” con colpi di pennello la luce per illuminazioni successive, lumeggiature violente, senza passaggi intermedi e sfumature: luce non terrena ma divina, interna alle cose, che si manifesta per gradi fino al bianco puro. L'oro è luce, di un non-colore che riflette tutti i colori, luce immateriale, che circonda le figure e le trasporta ai limiti estremi della nostra percezione. Anche il rosso vivo è luce, il cinabro o solfuro di mercurio, è simbolo del fuoco e del processo alchemico di spiritualizzazione e del mondo celeste ultraterreno.
La Sacralità viene maggiormente sottolineata dall'utilizzo di materiali ricchi di significato teologico e metafisico, come il legno, che richiama il concetto dell'albero della vita e della croce, l'acqua, che allude chiaramente all'azione del battesimo, l'uovo come origine della vita, e i pigmenti ricavati dai minerali che richiamano la partecipazione del mondo inanimato al mistero.
Anche gli altri colori utilizzati sono significativi: il verde è il simbolo della vita e della presenza dello Spirito Santo; le varie sfumature dall'ocra-gialla al marrone sono rappresentative della terra, del mondo minerale; il blu scuro indica il cielo visibile e l'acqua, e nelle vesti assume il valore di incarnazione del divino; il porpora è simbolo della regalità; il nero indica l'assenza di luce divina, è il simbolo della morte e del male. Il nero rappresenta sempre il luogo più lontano da Dio, ma è anche quello dove il Cristo si manifesta: nelle icone della Natività il Cristo-bambino viene fatto nascere nell'oscurità di una caverna, dentro una tomba, affinché tutto il mondo sia salvato nella sua interezza.
L'iconografo quindi percorre una via ricca di elementi significativi, una via che è un continuo esercizio di meditazione, di allargamento di coscienza e di contemplazione della bellezza. Una via sacra che lo trasforma in sacro artefice, una via che gli permette di vedere ciò che i suoi occhi di uomo non sanno fare: scorgere o forse intravedere una piccola parte della vera realtà, oltre il velo delle apparenze.

1 commento:
Ho scoperto adesso questo Blog,
questo è il mio,
http://todikaion.splinder.com/post/20728483/Ecumenismo+dall%27+arte
ho scritto qualcosa anche io e sto compiendo un percorso di iconologia/grafia
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