di Enrico Bardellini
La villa Savoye a Poissy in Francia è una delle opere più celebri di Le Corbusier, realizzata tra il 1929 e il 1931, è diventata monumento storico nel 1965. Vero e proprio manifesto dell'architettura del '900, rappresenta per molti architetti di oggi il prototipo più puro della concezione architettonica modernista. Del tutto in linea con le idee espresse da Claude-Nicolas Ledoux nel "progetto per una casa delle guardie campestri", Le Corbusier propone nettamente "l'isolamento" come valore assoluto, non più il contatto diretto con il suolo naturale, con l'uomo, con la storia, ma una semplice idea astratta, individualista e gelida nella sua purezza:
"L'idée architecturale est un phénomène péremptoirement individuel, inalienable. Il est bien de pousser l'idée jusqu'à l'état de pureté."(1).
Così l'architetto descrive Ville Savoye in una sua conferenza: "
La casa è una scatola nell'aria, completamente solcata, senza interruzioni, da una finestra in lunghezza. Nessuna esitazione nel gioco architettonico di spazi e masse. La scatola è al centro di un prato, domina il frutteto. Dall'interno dell'ingresso una rampa leggermente inclinata conduce, quasi impercettibilmente, al primo piano, dove si svolge la vita del proprietario: soggiorno, stanze da letto ecc. Queste diverse stanze, che ricevono luce e si affacciano, panoramicamente, dal perimetro regolare della scatola, sono disposte radialmente intorno a un giardino pensile, che è come un distributore della luce proveniente dal sole. Sul giardino pensile si aprono in tutta libertà le pareti scorrevoli di vetro del salone e di diverse altre stanze; così il sole entra ovunque, fin nel cuore stesso della casa. A partire dal giardino pensile la rampa diventa esterna e conduce al tetto e al solarium. Quest'ultimo è collegato con la cantina, scavata nel terreno sotto ai pilotis, anche da una scala a chiocciola: un elemento puro e verticale liberamente inserito nella composizione orizzontale"(2). La totale astrazione dal contesto ambientale è dichiarata espressamente da Le Corbusier quando sostiene anche che la villa può essere indifferentemente spostata in luoghi molto diversi del Mondo, fino alle Pampas argentine. Uno schizzo mostrato alla conferenza illustrava un sistema di strade che conducevano a venti case tipo villa Savoye in mezzo alla campagna. Le Corbusier considerava il suo edificio come il prototipo della cellula d'abitazione standard, un modello perfetto, riproducibile in serie, immutabile, dove è l'uomo che l'abita che deve adattarsi all'edificio e non viceversa. La villa è stata progettata senza riferimenti antropomorfi ma sul modulo del raggio della curva di un'automobile, essa non si integra e non dialoga con la natura circostante ma si isola, appartiene esclusivamente alla vita moderna:
"Spero che non me ne vorrete per avervi messo sotto gli occhi questo esempio di come prendersi delle libertà. Le ho prese perché sono state acquisite, strappate alla viva fonte della sostanza della vita moderna. Poesia, lirismo, creati dalla tecnologia" (3).
La natura, anche se chiamata costantemente in causa dall'architetto, in realtà è vista da lontano come in uno spettacolo:
"la campagna è bella, con la sua vita agreste, la contempleranno, nella sua intatta armonia, dall'alto del loro giardino pensile o dai quattro lati della finestra in lunghezza." (4).
La difficile integrazione dell'edificio con la natura circostante è scritta nella vicissitudini della sua costruzione: nel 1930 Madame Savoye si lamenta dei numerosi difetti di costruzione, la terrazza, il garage e la cantina si allagano, la pioggia entra dalla finestra a nastro, il rumore della pioggia sul lucernario del bagno è
"infernale e non ci lascia dormire", e cosi via. Sei mesi dopo che il costruttore aveva dichiarato terminati i lavori, l'impianto idraulico, il riscaldamento centrale e l'impianto elettrico continuavano a dare grossi problemi, una delle pareti divisorie si era completamente spaccata in verticale dopo i lavori di un elettricista. L'installazione della cucina elettrica, incontrò molte difficoltà e causò altre spese, dovute alla scarsa potenza dell'impianto elettrico. Successivamente nel 1931, c'era acqua nella cantina dopo un acquazzone, poiché presso il muro sudorientale si trovava un pozzo perdente. Nel 1934, l'acqua continuava a penetrare nella cantina, il riscaldamento centrale risultava insufficiente, dato che era necessaria una caldaia più potente, sulle pareti si verificavano affioramenti di salnitro e l'umidità era sempre un problema. Nel 1936 Madame Savoye scriveva ancora:
"Piove nell'atrio, piove sulla rampa e il muro del garage è completamente impregnato d'acqua. Quel che è peggio, continua a piovere nella mia stanza da bagno, che resta allagata ogni volta che piove." (5). Inoltre, la dépendance soffriva di problemi di condensa ed era inabitabile per l'umidità. Gli stessi problemi si ripresentarono 1937. Alla fine di tutto questo travaglio la signora scriveva a Le Corbusier minacciando vie legali: "
Dopo numerose richieste Lei ha finalmente riconosciuto che questa casa, da Lei costruita nel 1929, è inabitabile." (6).
Un po' troppo per un edificio razionalista, è evidente il fallimento sul piano funzionale del progetto, che non è mai stato abitato fino ad essere trasformato in un monumento aperto alle sole visite. Per la mancanza di adeguate soluzioni a garantire la resistenza nel tempo dagli agenti atmosferici, come il tetto piano, l'assenza di gronde aggettanti sui muri verticali, i pluviali nascosti all'interno della muratura, i muri perimetrali troppo sottili, molti architetti e storici ne hanno decretato il fallimento, ma non si è mai messo in discussione il valore estetico che rimane un modello di riferimento, un progetto che fa ancora scuola. Eppure i difetti a livello funzionale non sono altro che conseguenza di scelte estetiche artificiali e astratte: la scelta di materiali plasmabili ma amorfi (cemento, acciaio, vetro), l'ossessione per il cemento armato, la mancanza di elementi tradizionali (tetto a falde spioventi, finestre verticali, l'esperienza che viene dal passato), la mancanza di riferimenti antropomorfi, la mancanza di contatto gravitazionale con il suolo, il dogma della geometria, e specialmente la volontà di cercare "il nuovo" a tutti i costi.
La lettera di Le Corbusier a Madame Savoye del 28 giugno 1931, quando ancora alcune parti della casa non erano state completate, ci chiarisce il modo di pensare dell'architetto:
"Lei dovrebbe mettere, su un tavolino, nell'atrio del pianterreno, un albo pomposamente etichettato 'Libro d'oro', e ognuno dei visitatori dovrebbe scrivervi il suo nome e indirizzo. Lei vedrà quanti pregiati autografi potrà collezionare in questo modo. Lo fa anche La Roche, a Auteuil, e il suo Libro d'oro è un vero annuario internazionale. Detto questo, lasci che La ringrazi ancora una volta, Lei e Monsieur Savoye, per il piacere e la vera gioia che ho provato trovando la vostra casa così perfettamente abitata." (7).
Avulso della realtà Le Corbusier, non riconoscendo il suo fallimento, promuove il suo edificio non come un'architettura da abitare, ma un opera d'arte da ammirare, una non-architettura, una scultura astratta in grande scala, o più semplicemente una scatola di Le Corbusier.
(1) Le Corbusier, Précisions sur un état présent de l'architecture et de l'urbanisme (Crès et Cie, Paris 1930) da Tim Benton, Villa Savoy e la professione dell'architetto in AA.VV. Le Corbusier, Electa, Milano 1993
(2) da Tim Benton, Villa Savoy e la professione dell'architetto in AA.VV. Le Corbusier, Electa, Milano 1993
(3) Ibid.
(4) Ibid.
(5) Ibid.
(6) Ibid.
(7) Ibid.
Aggiornamento del 1 Marzo 2012
Molto interessante l'analisi di Roberta Borsani sul suo blog "la fata centenaria", la propongo come ottima premessa di questo mio articolo ...
Il nuovo catarismo.